Giocare ai videogiochi è un problema? È solo uno svago o c’è qualcosa di più? È luogo di relazioni o isolamento? Per capirci qualcosa ne parliamo con Andrea, che da quel mondo ne è uscito dopo anni da gamer incallito. Senza necessariamente demonizzare un industria da miliardi di dollari, cerchiamo di capire insieme cosa sta succedendo e quali sono i pericoli per noi stessi ed i nostri figli.
Il videogioco online dà adrenalina, soddisfazione e relazioni senza la fatica che chiede la realtà. Andrea racconta che per restare a quel livello di concentrazione si distaccava totalmente da ciò che aveva intorno, e che una buona parte della sua adolescenza l’ha vissuta semplicemente chiuso in una stanza davanti a uno schermo. Il gioco aveva smesso di essere un gioco ed era più attraente della vita.
Per diventare bravi in uno sport o in una passione bisogna attraversare la frustrazione e la noia. I videogiochi sono costruiti perché questo non accada mai: sei sempre sul pezzo, sempre premiato. Così un bisogno reale, come la creatività o il tempo con gli altri, viene colmato da qualcosa di più facile e luccicante, e smette di essere coltivato.
Da bambino Andrea non chiedeva un gioco nuovo, chiedeva di passare tempo con i suoi genitori. I dispositivi vengono spesso messi in mano con le migliori intenzioni, ma finiscono per prendere il posto proprio di quella relazione. E dalle dipendenze non si esce da soli: serve qualcuno che ti metta davanti al problema e cammini con te.
Più che puntare il dito contro il mondo dei videogiochi, conta accorgersi dei meccanismi che ci sono dietro, prendendosi la responsabilità di chi siamo e di cui abbiamo davvero bisogno. Come adulti invece siamo chiamati a vegliare con attenzione su chi questa consapevolezza ancora non può averla.
Buon ascolto!