In questi ultimi vent’anni ci siamo abituati allo scialla: tenerci tutte le porte aperte, non esporci mai, rispondere «le faremo sapere» anche quando la risposta è già no. La parola data sembra roba d’altri tempi, da codice cavalleresco, eppure tocca la nostra integrità prima ancora del nostro rapporto con gli altri.
Essere uomini di parola nasce da dentro, non dal bisogno di compiacere gli altri o di schivare il conflitto con un «ci penso, ti faccio sapere». Gli altri restano una forma di accountability che passa attraverso ciò che promettiamo, ma la radice è la nostra integrità: è lì che sentiamo se una cosa è giusta o sbagliata.
Dare la parola non ci garantisce di essere sempre all’altezza: capita di sbagliare, di mancare un impegno, di arrivare in ritardo. Quello che conta è fare verità invece di accampare scuse, dire «mi sono sbagliato» con serenità e assumersi l’errore verbalizzandolo. Non siamo schiavi di ogni cosa che diciamo: se cambia una priorità possiamo tornare indietro, purché con chiarezza e trasparenza.
Se la parola ha davvero un peso, non la possiamo dare a tutti: un no detto con cognizione di causa vale più di un sì molle che poi non manteniamo. Prendere sul serio gli impegni ci costringe a riconoscere i nostri limiti e a costruire confini sani, invece di riempirci di promesse che non reggeremo.
Il rischio è adeguarsi alla mediocrità in cui tutti parlano e straparlano senza fare quello che dicono. L’invito è il contrario: mettere le azioni dove mettiamo la bocca e recuperare questo sguardo sulla verità.
Buon ascolto!